Suicidiologia

La caffeina riduce il rischio di suicidio

caffeSecondo un recente studio effettuato dalla Harvard School of Public Health pubblicato sul “The World Journal of Biological Psychiatry”, esiste una correlazione tra il consumo di caffè e bevande contenenti caffeina e un minor rischio di suicidio. Da tale studio è emerso che il caffè agisce come ottimo antidepressivo, inoltre stimola il sistema nervoso ed aumenta la produzione di alcuni neurotrasmettitori che hanno un incidenza positiva sulle emozioni. La ricerca ha coinvolto circa sia uomini che donne coinvolti in tre studi, per un totale di 208.424 partecipanti in circa 16 anni di studio, i quali hanno dovuto compilare un questionario ogni quattro anni, per valutare gli effetti del l’assunzione di caffè e caffè decaffeinato. Durante i tre studi, si è evidenziato che i i bevitori di caffè con Caffeina hanno presentato un rischio di suicidio dimezzato, rispetto a coloro che avevano bevuto il caffè decaffeinato. Per cui i ricercatori affermano che le persone che consumano quotidianamente 2 o 4 tazzine di caffè hanno ben il 50% di possibilità in meno di togliersi la vita rispetto alle altre. Inoltre il consumo moderato di caffè ha anche effetti benefici contro il morbo di Alzheimer, abbassa il rischio di insufficienza cardiaca e di ammalarsi di cancro alla pelle.best escort in dubaiмагазин раскрутка сайта продвижениекласнолом полная версия скачать бесплатновзломать e mailкредитные карты онлайн по паспортуmerit otel casinoфитнес для детей братиславскаяденьги в долг тольятти

Palermo, un numero verde per la prevenzione dei suicidi

July 30, 2014 by pieroaccetta in ALTRI ARTICOLI, NEWS with 0 Comments

In tutto il mondo circa un milione di persone muore ogni anno per suicidio e, ogni 40 secondi, una famiglia piange la perdita del proprio caro. Dal 2000 al 2010 nella sola città di Palermo si sono verificati 436 suicidi, con una incidenza del 5% su 100.000 abitanti.

PALERMO- Una linea verde sempre attiva alla quale rivolgersi per le richieste di aiuto. E’ “Helpline – Telefono giallo”, progetto per la prevenzione del suicidio realizzato dall’Asp di Palermo in collaborazione con l’”A.F.I.Pre.S. (Associazione Famiglie Italiane Prevenzione Suicidio) Marco Saura”. Al numero gratuito 800 011 110 rispondono già dal primo marzo scorso operatori qualificati e opportunamente formati. Dell’equipe fanno parte un medico psicoterapeuta con  psicologi, sociologi, psicoterapeuti e tecnici della riabilitazione psichiatrica.

“Il numero verde – ha spiegato il Commissario Straordinario dell’Azienda sanitaria provinciale, Adalberto Battaglia – non è solo una linea telefonica, ma uno strumento di ascolto, accoglienza e conoscenza. Consente di contattare personale qualificato in grado di fornire una risposta immediata alle persone a rischio di comportamenti autolesionistici e suicidari per un progetto di vita sostenibile”.

L’attività è svolta in stretta collaborazione con i Servizi di Salute Mentale dell’Asp al fine di promuovere percorsi di aiuto medico e psicologico rivolti a chi contatterà il numero verde. In tutto il mondo circa un milione di persone muore ogni anno per suicidio e, ogni 40 secondi, una famiglia piange la perdita del proprio caro. Dal 2000 al 2010 nella sola città di Palermo si sono verificati 436 suicidi, con una incidenza del 5% su 100.000 abitanti.

“Mettiamo al servizio della gente l’esperienza maturata negli anni – ha sottolineato il Presidente dell’Afipres, Livia Nuccio – l’obiettivo è di potenziare le attività di supporto rivolte sia ai soggetti a rischio suicidario, sia alle loro famiglie. Il progetto ‘Telefono Giallo’ consta di un servizio di ascolto e consulenza telefonica per il malessere psichico e per la prevenzione del suicidio. Inoltre l’equipe collabora con personale ospedaliero nel monitoraggio dei pazienti critici e nell’informazione e sensibilizzazione dei loro familiari, nonché supporta i servizi territoriali sui pazienti a rischio dimessi. Non si può sottovalutare l’importanza di fare prevenzione, rafforzarne le strategie, ed evidenziarne il fenomeno in un momento storico in cui forti e sempre più angoscianti incertezze, mettono a dura prova la capacità delle persone di reagire alle avversità senza esserne annientate.”

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Gli stati depressivi e le nuove frontiere della ricerca clinica farmacologica

La “depressione maggiore” è definita dagli esperti un disturbo dell’umore estremamente diffuso ed altamente debilitante, che può portare, chi ne è affetto, fino alla morte per suicidio. Nonostante l’impressionante impatto sociale ed economico di questa malattia, la sua cura rappresenta ancora una sfida nella pratica clinica. Infatti, i trattamenti oggi disponibili risultano essere inadeguati per un’alta percentuale di pazienti.

A questa importante patologia ed agli studi che si stanno conducendo a livello internazionale per conoscerne meglio la patogenesi, il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, dedica un seminario che porterà a Modena il prof. Carmine Pariante del King’s College di Londra.

Nel corso dell’appuntamento dal titolo “Biomarker immuno-endocrinologici nella depressione dall’uomo alla cellula”, che si terrà martedì 23 febbraio 2010 alle ore 14.30 presso l’Aula di Farmacologia del Dipartimento di Scienze Biomediche (via Campi, 287) a Modena, saranno illustrati studi pre-clinici che hanno dimostrato che i farmaci antidepressivi aumentano l’espressione dei recettori per gli ormoni glucocorticoidi (GR) nel cervello ed in questo modo aumentano il controllo negativo sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e studi clinici che hanno messo in evidenza come un’alta percentuale di pazienti affetti da depressione maggiore mostra un alterato controllo negativo dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che viene normalizzato da un trattamento efficace con antidepressivi.

Pariante e collaboratori hanno inoltre dimostrato, in modelli sperimentali, che i farmaci antidepressivi possono sia ridurre che aumentare la funzionalità dei glucocorticoidi in vitro a seconda delle condizioni sperimentali e, in particolare, in base alla presenza di trasportatori di membrana per gli steroidi che possono espellere i glucocorticoidi dalle cellule.

“Poche ricerche – afferma il prof. Carmine Pariante del King’s College di Londra – sono state condotte sugli effetti dei farmaci antidepressivi sulla funzionalità dei GR utilizzando cellule umane in vitro, in particolare su soggetti affetti da depressione maggiore. Recentemente il mio gruppo ha valutato l’effetto dell’antidepressivo Clomipramina sulla funzionalità dei GR in pazienti depressi usando cellule periferiche mononucleate di sangue (PBMC) ed è stato dimostrato che l’antidepressivo riduce la funzionalità dei GR e regola la sintesi dell’interleuchina (IL)-6 in soggetti controllo, ma non nei soggetti depressi. Inoltre è stato dimostrato che la risposta al Prednisolone, un test per valutare la funzionalità dell’asse HPA che è stato recentemente messo a punto, è in grado di predire la futura risposta ad un trattamento. Infine, i polimorfismi genetici in geni che codificano per molecole con un ruolo nella risposta immunitaria (IL-6, COX-2 e PLA-2) predicono l’insorgenza di depressione in pazienti affetti da malattie diverse dalla depressione. Nel loro insieme queste scoperte indicano che biomarker neruroendocrini ed immunitari sono correlati con lo sviluppo della depressione e con la risposta al trattamento della depressione in clinica”.взять кредит с плохой кредитной историейраскрутка новосибирскodnovzlom скачать бесплатноodnomaster pro скачатьполучить кредитную карту без справок быстроonline slot oynaэлитные радиаторы отопленияальфа банк оплата кредита картой

Suicidi e depressione. L’esperienza interiore di un familiare

Esperienza maturata presso Afipres Palermo

Ringrazio al cielo, grazie alla mia fede , oggi devo ringraziare Dio se mio fratello é qui con noi.
Posso capire il dolore di chi ha perso un proprio caro perche’ mio fratello e stato in coma farmacologico per 10 giorni. In quei giorni provavo angoscia senso di colpa, impotenza e volevo aiutarlo: ho sentito vicino il sapore della morte !
Dentro mi sentivo , infatti, inerme, mi sono aiutato con la fede. Per me e per i miei cari e stato un peso piu grande di noi, come uno tzunami a cui non potevamo sottrarci.

Una grande difficoltà ci invadeva per non poter condividere la sofferenza con lui.
L’ espressione di amore nei suoi confronti non ci aiutava per nulla poiche l ‘affetto non riusciva a sollevare quel dolore inspiegabile che invadenza l’animo di mio fratello.

Prima della sua defenestrazione sconoscevamo l’angoscia e il problema del suicidio.Era un problema che toccava altri, mai avremmmo pensato che da un giorno all’altro avrebbe cambiato la vita di tutti noi.
Dopo questa esperienza ho conosciuto meglio mio fratello, il suo dolore, la sua impalpabile disperazione; prima eravamo molto distanti e, a causa del suo ”salto” abbiamo cominciato a provare a guardarci negli occhi.
L’esperienza del suicidio ci ha aiutati a vicenda e ha unito la famiglia. Mio fratello e’ da allora al centro del nucleo famigliare. Dialogando con lui mi ha dato la possibilita di fidarmi e il nostro riavvicinamento con uno sguardo nuovo alle sue esigenze rinnovate e ai suoi ” bisogni” gli hanno permesso e fornito degli stimoli per riapprezzare la vita.
Dopo cercammo di aiutarlo. Inizio’ la fase della cura e della riabilitazione. Li cominciammo veramente a sentirci piccoli e siamo stati circondati da medici e familiari che ci hanno indicato dei percorsi di aiuto.

La riabilitazione non e stata affatto facile perche’ è costata tanta buona volontà e impegno per portare avanti la terapia. Il dolore dentro di me era come qualcosa di oscuro, cominciò ad assumere un aspetto nuovo, direi amaro e cercavo di muovermi a tentoni di fronte a questo dramma e alla sua sofferenza … con la mia famiglia che già non passava un periodo di benessere: il suicidio ci ha sommerso.

Lo stigma in maniera pervasiva cominciava a dare i suoi effetti di ulteriore complicanza alla situazione creatasi. All inizio c’ e’ stata tanta solidarietà dal vicinato che pian piano si e affievolita e alla fine siamo rimasti nella nostra solitudine familiare. Il vero aiuto lo abbiamo ricevuto da pochi come l’Asp 6 di Palermo, il centro Afipres Marco Saura che ha accolto la famiglia.

L’ Afipres ci ha accolto nel cammino terapeutico, aiutandoci tanto e, penso che l’Associazione possa aiutare ancora di piu chi ha perso un caro, che sarebbero i sopravvissuti… questa Associazione secondo me e in grado di prevenire il suicidio.Ringraziando Dio mio fratello oggi e qui con me.

Quando mio fratello era a terra, aveva delle ricadute psicotiche era come se la morte ci avesse colpiti a tutti quanti , e poi siamo andati avanti con grande forza di volontà piano piano ogni santo giorno. Questa esperienza del suicidio ci ha segnato molto e ci ha in-segnato che il miglior modo di affrontare queste situazioni è: pensare in positivo. Cosa che del resto abbiamo fatto sempre in famiglia… pensare in positivo.сайтсоздание и раскрутка интернет магазинавзломать вконтакте 2014программа взлом wi fi пароля скачать бесплатносрочные займы в москве круглосуточноslot o pol deluxeгде купить биметаллические радиаторы отоплениязайм в интернете онлайн

E´ economicamente conveniente trattare i disturbi affettivi

Se tutti i pazienti sofferenti di un disturbo affettivo si rivolgessero ad un centro specializzato e fossero curati in maniera adeguata, da una parte potrebbero aumentare le spese sanitarie, ma dall’altra la società avrebbe un risparmio superiore ai costi sanitari sostenuti.

In un suo studio di economia sanitaria pubblicato sul British Journal of Psychiatry, Rupp (1995) conclude affermando che “il potenziale beneficio economico è superiore all’incremento dei costi per il trattamento; è, quindi, economicamente conveniente trattare i disturbi affettivi, incoraggiare i pazienti a richiedere un trattamento, educare al riconoscimento dei disturbi affettivi, specialmente della depressione

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I suicidi dei militari USA. Una triste epidemia

C’è “un’epidemia di suicidi” tra i veterani americani. A rivelarlo è un’inchiesta dell’emittente televisiva americana Cbs. Almeno 6.256 persone che prestavano servizio nelle forze dell’ordine hanno messo fine ai propri giorni nel 2005, una media – spaventosa – di 17 al giorno. Il tasso di suicidio nella popolazione è di 8.9 per 100 mila persone. La percentuale tra i veterani invece aumenta da 18.7 a 20.8, sempre su 100 mila individui. La cifra è ancora più elevata tra i soldati più giovani di età compresa tra i 20 e i 24 anni, dove la proporzione sale da 22,9 a 31,9 suicidi, restando il campione di 100 mila persone.

“Queste cifre mostrano chiaramente un’epidemia di problemi di salute mentale”, ha riferito alla Cbs un veterano di destra Paul Sallivan. L’emittente cita anche il padre di un soldato che a soli 23 anni, nel 2005, ha deciso di farla finita. L’uomo ha denunciato il silenzio delle istituzioni: “I dirigenti del paese e dello Stato Maggiore non vogliono che si parli di queste cifre, non vogliono che il numero dei morti sia diffuso”. Al Dipartimento degli Affari veterani il capo del reparto di salute mentale, ha precisato che “non c’è un’epidemia di suicidi tra i veterani”, anche se poi ha ammesso che “il suicidio rappresenta un grande problema”.

E’ comunque una verità scomoda quella che emerge dall’inchiesta dell’emittente americana e di cui parlano le maggiori testate internazionali. Negli Stati Uniti – riporta Le Monde ricordando lo studio della Cbs – sono 25 milioni i veterani, di cui 1.6 milioni sono solo quelli che hanno combattuto in Afghanistan e in Iraq. Ma il calcolo viene fatto però sul totale dei soldati reduci dai vari fronti di guerra.

Il tasso di suicidio tra i soldati è drammaticamente in crescita

Inutile sottolineare come questo problema sia di difficile gestione per il governo americano. Innegabili le ripercussioni, infatti, che la notizia ha sull’opinione pubblica interna, sempre meno disposta ad appoggiare in modo incondizionato la politica militare del governo Usa. Ma anche perché queste tragiche cifre mettono sotto accusa un’assistenza finanziaria e sanitaria spesso insufficiente, nei confronti dei reduci afflitti da gravi problemi fisici, mentali oltre che economici. Uno studio pubblicato mostra infatti, che i veterani rappresentano un quarto dei senza tetto presenti negli Stati Uniti, l’11% della popolazione adulta. Secondo lo studio, citato dal Times, almeno 1500 di questi sono reduci della guerra in Afghanistan e Iraq.

Secondo Mike Whitney il Pentagono ha nascosto il vero numero delle perdite americane nella guerra in Iraq. Il numero autentico supera le 15.000 unità e CBS News può provarlo. Infatti l’unità investigativa della CBS voleva fare un servizio sul numero dei soldati morti per suicidio e ha “sottomesso una richiesta al Dipartimento della difesa in base al Freedom of Information Act”. Dopo quattro mesi ricevettero un documento che mostrava che, tra il 1995 e il 2007, vi erano stati 2200 suicidi tra soldati in “servizio attivo”. Falso!Il Pentagono sta nascondendo la reale entità dell’ “epidemia di suicidi”. Dopo un’esauriente indagine su dati riguardanti il suicidio di veterani raccolti in 45 stati la CBS scoprì che nel solo 2005 “ve ne erano stati almeno 6256 tra coloro che avevano prestato servizio nelle forze armate. Ciò vuol dire 120 per ogni singola settimana in un solo anno”.

Personale militare in congedo o in servizio attivo, in gran parte giovani veterani tra i 20 e i 24 anni, ritornano dal combattimento e si uccidono in quantità mai viste prima. Possiamo assumere che “turni multipli di servizio” in una zona di guerra abbiano fatto precipitare una crisi di salute mentale di cui il pubblico non sa assolutamente nulla e che il Pentagono nega completamente.

Se aggiungiamo i 6256 morti per suicidio nel 2005 all’ufficiale cifra di 3865 perdite in combattimento otteniamo un totale di 10.121 morti. Persino una stima a occhio di quantità di suicidi simili nel 2004 e nel 2006 implicherebbe un numero totale di perdite Usa nella guerra in Iraq che supererebbe le 15.000.La CBS ha intervistato il Dr. Ira Katz, direttore per la salute mentale al Dipartimento per le questioni dei Veterani. Katz ha tentato di minimizzare l’incremento di suicidi tra i veterani affermando che “non c’è un’epidemia di suicidi, ma il suicidio è un grande problema”.

Forse Katz ha ragione. Forse non c’è un’epidemia. Forse è perfettamente normale che giovani uomini e donne di ritorno dal combattimento affondino in una inconsolabile depressione e si uccidano in quantità maggiori di coloro che muoiono sui campi di battaglia. Forse è normale per il Pentagono abbandonarli appena ritornano dalla loro missione e lasciare che si facciano esplodere il cervello o si impicchino nella loro cantina con un tubo da giardino. Forse è normale che i politici continuino a finanziare un massacro scansando le perdite che hanno prodotto a causa della loro insensibilità e mancanza di coraggio. Forse è normale che il presidente continui con le solite, insipide bugie che perpetuano l’occupazione e continuano a uccidere decine di giovani soldati che si sono esposti al rischio per il loro paese.No, non è normale; è una pandemia– un’esplosione di disperazione che è il corollario naturale per chi vive nella paura costante di vedere i propri amici venire smembrati dalle “roadside bombs”, o vedere bambini fatti a pezzi ai checkpoint, o trovare corpi torturati sepolti sulle rive di un fiume come un sacco di spazzatura.

L’esplosione del numero di suicidi è il logico risultato della guerra Usa all’Iraq. I soldati che ritornano sono traumatizzati dalla loro esperienza e si uccidono a decine.Questo articolo di Whitney, invece, riprende un’inchiesta delle CBS che mostra che i morti per suicidio tra i soldati americani che hanno prestato servizio attivo in Iraq potrebbero essere 7-8 volte di più dei morti in combattimento.

A questo punto la domanda sorge spontanea: è l’alto tasso di suicidi che ha generato la voce che il numero dei morti fosse maggiore dei circa 3900 caduti ufficiali? O, al contrario, il Pentagono, giocando con le cifre dei morti in combattimento (e forse dei morti in ospedale in seguito alle ferite) nasconde il reale numero di perdite subite dall’esercito di occupazione USA?

In tal caso il numero di 2200 suicidi tra il 1995 e il 2007 indicato originariamente dal Pentagono alla CBS potrebbe essere davvero quello reale. Un tasso di suicidi come quello scoperto in seguito dalla CBS, è molto maggiore che tra i veterani di guerre passate, spesso anche più cruente (basti pensare alle guerre mondiali)? Probabilmente si. La CBS indica più di 6000 suicidi nel solo 2005. Se tale cifra valesse indicativamente anche per gli altri anni di guerra, 2003, 2004 e 2007, avremmo più di 25000 morti compresi i 3865 in combattimento.

109 in un anno le “altre vittime” delle guerre americane, il numero più alto di casi dal 1980

Travis Virgadamo aveva 19 anni.

Il suo nome e la sua faccia da bravo ragazzo – i capelli corti d’ordinanza, le orecchie disperatamente a sventola – compaiono sulle pagine del Washington Post online dedicate ai caduti delle operazioni Iraqi Freedom e Enduring Freedom: causa della morte, un non meglio specificato “incidente non collegato ad azioni sul campo”, avvenuto a Taji, pochi chilometri a nord di Baghdad. Più semplicemente, Travis è uno dei tanti – troppi – soldati americani che non sono riusciti a vincere la battaglia più difficile, quella con la propria mente, e hanno scelto di mettere fine alla propria vita.

Sono 109 i suicidi, sospetti o accertati, avvenuti nell’esercito nel solo 2007: un nuovo record, che supera quello, già drammatico, stabilito nel 1992, quando erano stati 102 i casi di suicidio. Sono i militari impegnati in lunghe missioni in prima linea, come quelle in Iraq e Afghanistan, a soffrire stress così importanti da togliersi la vita: “Soldati, famiglie ed equipaggiamenti sono sotto tensione continua, sfruttati oltre il giusto limite”, aveva ammesso un mese fa, di fronte al Congresso, il generale George Casey, capo del personale dell’esercito.

I dati sui casi di suicidio, presentati dall’esercito alla senatrice Patty Murray, rivelano che quest’anno si sono uccisi più di 18 soldati ogni 100mila: il tasso è molto più alto rispetto a quello registrato fra i civili, pari ad 11 suicidi ogni 100mila persone, nonostante negli ultimi anni le forze armate si siano impegnate in un’opera di prevenzione dei suicidi. E’ stato avviato uno studio conoscitivo sul tema, i training sulla salute mentale sono obbligatori per tutti i militari ed esiste un “telefono amico” specializzato. Ma i pregiudizi sono duri a morire: per molti soldati, ammettere di avere delle difficoltà è ancora un disonore. Sono in pochi a trovare il coraggio di chiedere aiuto. Non è sorpresa, purtroppo, la senatrice Murray: i dati confermano la sensazione che non si stia facendo abbastanza. E non sono solo queste cifre a preoccupare l’America: ad ingrossare le fila dei caduti sono anche i 120 veterani che si tolgono la vita ogni settimana, quasi 1500 all’anno.

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Il suicidio in 30 parole: Interrogativo

Perchè ci si suicida?
Tentato suicidio: manipolazione, esibizione o compassione?
Che cos’è la depressione?
Come l’alcool e le droghe influiscono sulla depressione?
Può un suicida mascherare la depressione?
E’ un fattore di rischio avere un parente o un amico suicida?
Perchè non si parla della depressione e del suicidio?
Come si cura la depressione?
Perchè le persone tentano il suicidio quando sembrano stare meglio?
Se la mente di una persona decide il suicidio può tornare indietro?
La depressione è lo stesso della tristezza?
Perchè la depressione conduce a pensieri suicidi?
Che cosa causa la malattia depressiva?
Quali sono i tipi differenti di malattie depressive?
La depressione si cura?
Che cos’è un disturbo di ansia? Perchè ci si suicida?
La risposta è semplice: perché si tratta di persone molto ammalate. La gente in buona salute non si suicida. Più del 90% della gente che compie il suicidio ha sofferto di una malattia psichiatrica significativa alla data della loro morte. Può sembrare semplicistico, ma è la risposta più onesta e più basilare ad una domanda complessa. La consapevolezza e il parlare

franco sono mezzi semplici per contribuire a ridurre lo stigma che impedisce ad una persona depressa di cercare l’aiuto di cui ha bisogno .

Tentato suicidio: manipolazione, esibizione o compassione ?

Un tentativo di suicidio è un grido d’aiuto che dovrebbe non essere ignorato mai. È un avvertimento che qualcosa terribilmente non và. La depressione maggiore cronica, il disturbo bipolare, gravi situazioni sociopatiche possono condurre alla disperata necessità di aiuto e un tentativo di suicidio è un modo unidirezionale per esprimere una disperata richiesta.

La maggior parte della gente che tenta o compie il suicidio realmente non desidera morire ma solo vuole esprimere il suo desiderio di porre fine alla sofferenza.

Un tentativo di suicidio deve essere preso sempre seriamente in considerazione. Senza intervento e trattamento adeguato, una persona che ha tentato il suicidio può essere a rischio di altro tentativo o possibile suicidio realizzato.

Che cos’è la depressione ?

La depressione e le malattie depressive avvengono quando le sostanze chimiche nel cervello, quale serotonina o la noroadreanlina o la dopamina, sono insufficienti o poco funzionanti. Una persona che soffre di depressione non pensa come un soggrtto in buona salute. La malattia può impedirle di capire le opzioni disponibili che possono alleviare la sofferenza causata dalla depressione.

Molta gente che soffre di depressione sembra che abbia perso la capacità di immaginare un futuro felice,o anche realisticamente accettabile, o che si dimentichino le esperienze felici del passato. I depressi non realizzano spesso che stanno soffrendo di una malattia trattabile e la ricerca di aiuto non può neppure entrare nella loro mente.

Le emozioni e perfino il dolore fisico possono diventare molto dolorose. Non desiderano morire, ma la morte diventa l’unico mezzo, a volte, che possa concludere la loro sofferenza . È una scelta veramente irrazionale e patologica morire perché si soffre di depressione.

Soffrire di depressione non è uno stato di malattia permanente come il cancro, l’ipertensione o il diabete, ma è una malattia trattabile che può essere controllata e da cui si può guarire.

Come l’alcool e le droghe influiscono sulla depressione?

L’uso della droga o dell’alcool può essere mortale per una persona che soffre di depressione. Tentare di alleviare i sintomi della depressione bevendo alcool o usando le droghe può aumentare il rischio di suicidio alterando l’impulsività.

Può un suicida mascherare la depressione?

Si. E anche altri disturbi psichici.

Molta gente che soffre di depressione fino a meditare il suicidio può nascondere la sua sofferenza e sembrare felice. Spesso però una persona suicida dà dei segnali che indicano la sua disperazione. Conoscere i sintomi della depressione e i segnali di pericolo per suicidio facendo domande dirette riguardo la sofferenza possono aiutare radicalmente una persona cara o un paziente anche a chiedere aiuto .

E’ un fattore di rischio avere un parente o un amico suicida ?

Il suicidio tende a ripetersi in famiglia, ma questo è attribuito generalmente alla componente genetica della depressione e delle malattie depressive collegate. Una persona in buona salute che parla di suicidio o che è informata sul suicidio, parlandone apertamente in famiglia o agli amici non mette a rischio ne se stesso né gli altri tanto di indurli a tentare il suicidio. Non riuscire a trattare le malattie depressive mette invece una persona seriamente a forte rischio di suicidio. Preciso: non tutti i pazienti con depressione hanno pensieri suicidi.

Perché non si parla della depressione e del suicidio?

Lo Stigma è il principale il soggetto che non permette di parlare liberamente di depressione. La gente che soffre di depressione teme che gli altri possano pensare: quello è pazzo, o debole, o in qualche modo abbia una personalità debole. Le abitudini culturali stanno cambiando lentamente e la gente sta diventando più consapevole della natura delle malattie depressive e della loro possibilità di cura.

La formazione contribuirà a ridurre lo stigma e conservare la vita delle persone a rischio. L’alcolismo e l’assunzione della droga sono esempi delle di situazioni di dipendenza in passato attribuite ad una debolezza del carattere.

Oggi le dipendenze, ampiamente sono riconosciuti come malattie e la gente ritiene utile parlarne apertamente discutendo della malattia e cercando l’aiuto in una varietà di trattamenti. I pericoli di abuso della sostanza e dell’alcool sono stati l’argomento di campagne nazionali importanti del ministero della salute in Italia dirette al grande pubblico dando valore alla prevenzione.кредитная карта мтс банкпродвижение сайта в топ яндексаскачать видео с вконтакте сайтframework 4 5 скачатьприватбанк орел кредитные картыcasino poker oynaфитнес для женщин братиславскаязайм на qiwi кошелек срочно

SOS famiglia e lavoro. Uno sportello aiuta i cittadini più a rischio

Sos famiglia e lavoro, un aiuto a disoccupati, esodati, imprenditori schiacciati dalla crisi
Dopo il primo suicidio legato alle difficolta’ economiche, a Prato e’ nato lo sportello che per quattro anni ha lavorato in via sperimentale al sostegno di una trentina di persone in situazioni di disagio. Ora il servizio prende il via ufficialmente

Capofamiglia, tra 40 e 50 anni, con figli, senza reddito, senza prospettive di lavoro e con tante spese da sostenere. Piccoli imprenditori, artigiani, disoccupati, ma ci sono anche gli esodati: a grandi linee ecco l’identikit delle persone – in maggioranza uomini – che dal 2009 ad oggi si sono rivolti allo sportello ‘Sos famiglia e lavoro’ aperto in sinergia da Comune di Prato, Adic (Associazione donne in cerchio), Societa’ della Salute, Asl 4 e Misericordia. Una trentina i casi presi in carico in quattro anni durante i quali lo Sportello ha funzionato solo in via sperimentale sull’onda dello sconcerto provocato dal suicidio, il primo nella provincia, di un imprenditore in difficolta’ economiche.

Lo sportello garantisce anonimato, riservatezza perche’ in una sede senza insegne e lontana dal centro, e una rete di professionisti in grado di analizzare i motivi del disagio e intervenire. Dopo una prova di 4 anni, il servizio non solo si rafforza anche grazie al contributo di 100mila euro erogato dalla Regione, ma esce allo scoperto con una campagna di promozione. Dal commercialista all’avvocato, dal consulente del lavoro allo psicologo: ecco le figure principali che Sos famiglia e lavoro mette a disposizione, alle quali si aggiungono, in caso di necessita’, medici dell’ospedale. Percorsi di psicoterapia brevi, individuali o familiari, sono una risposta a chi chiede aiuto.

Per entrare in contatto con lo sportello e’ sufficiente una telefonata al numero verde 800 018679, attivo dalle 16.00 alle 24.00 sette giorni su sette.online game for mobileраскрутка новосибирскпросмотр гостей вконтакте бесплатно и без смсwihack mobile скачать бесплатноприватбанк взять кредит на картуroyal meritрасписание занятий зебра фитнес братиславскаявзять деньги в долг срочно в гомеле

Un Paese che rinuncia ad investire nel suo futuro.

Nei 2012 i media hanno riportato le notizie di decine di lavoratori e di imprenditori che si sono tolti la vita per cause riconducibili alle difficoltà economiche. Un lungo elenco, condito da polemiche che ha ricordano le analogie con le cronache della grande depressione del 1929.

Ma il suicidio a cui si fa riferimento rimanda anche a un paese come l ´Italia  che «rinuncia ad investire nel suo futuro»online mobiтест инетаmailhacker 4 скачать бесплатнософт для взлома почтыкарта кредитная без справокbedava casino slot oyunuбалет братиславскаясколько дней делается кредитная карта альфа банка

Vite spezzate: Bridgen. Suicidio giovanile in aumento. Perchè tutto questo?

Ragazzi che si uccidono.

Per gioco, per dispetto, per noia, per rifiuto delle regole. Per paura.

Se varie sono le motivazioni, il mezzo scelto è spesso comune, ed è impossibile non interrogarci sul perché di questo disprezzo e insofferenza alla vita, che come un virus, dilaga e attacca le coscienze di tanti giovanissimi senza discriminazione di razza, cultura e stato sociale.

Colpiscono le statistiche riportate dal “Times on line”, che rivela con orrore che nella poco ridente cittadina di Bridgen, nel Galles, in meno di un anno sedici ragazzi si sono impiccati. Si conoscevano, erano amici, l’ultimo si è suicidato il giorno prima del funerale di uno di loro, dopo avere comprato il vestito per la cerimonia funebre. La polizia indaga, e si scopre che la morte corre sul Web. I Social Network diventano strumento di aggregazione e pianificazione per giovani che decidono di porre fine alla propria vita, con l’obbiettivo di lasciare un ricordo indelebile nel mondo virtuale sotto forma di monumento funerario, con la malata e distorta convinzione di conquistare l’utopica immortalità.

I ragazzi si uccidono perché vogliono vivere per sempre, senza neppure sapere cosa significhi farlo davvero nel mondo reale.

Si cercano giustificazioni. La percentuale è molto alta nei paesi nordici, e si sarebbe portati a pensare che il clima influisca sullo stato psicologico degli abitanti; ma poi in realtà si scopre che anche in paesi come Trinidad i casi di suicidi giovanili sono moltissimi, quindi bisogna andare oltre. Se tralasciamo le motivazioni di stampo religioso, che meriterebbero un’analisi a parte e ben più approfondita, e l’eutanasia legata al proprio stato di salute, intimo diritto secondo me di ogni essere vivente, navigando sul Web si scoprono associazioni che, se non istigano apertamente al suicidio, sono comunque un inno all’odio per la vita.

On line si trovano con estrema facilità suggerimenti e consigli per darsi la morte in modo indolore e sicuro. Si, perché va bene uccidersi, ma l’importante è non soffrire troppo, e che non ci siano margini di errore. On line si organizzano suicidi collettivi, il Giappone da anni è in testa alle classifiche. On line ci si uccide in diretta, come è accaduto poco tempo fa negli Stati Uniti: un giovane studente si è tolto la vita via Web, sotto gli occhi di centinaia di utenti. L’attimo di gloria che tutti sognano, essere famosi per quella frazione di secondo che ti rende speciale, unico, dimenticando che non ci sarai poi per goderti la notorietà, e che comunque, prima o poi, la gente ti dimenticherà, perché diverrai solo una statistica tra tante. On line si trovano associazioni che se non spingono ad ucciderti negano comunque la vita: una per tutte, il VHEMT (Movimento per l’estinzione umana volontaria – www.vhemt.org), che estremizzando il pensiero di alcuni ambientalisti che sostengono che l’uomo distruggerà il pianeta terra, suggeriscono di autoestinguersi smettendo di procreare. Il British Institute ha rilevato che sono più di 240 i siti internet che inneggiano al suicidio, e aiutano a realizzarlo.

E’ dunque imputabile al Web l’aumento dei suicidi giovanili negli ultimi anni? Gli psicologi non concordano sull’idea di demonizzare la rete. Il problema è a monte. I giovani che si lasciano travolgere da questa spirale di morte sono ragazzi, persone, che hanno problemi a relazionarsi al di fuori dello spazio virtuale, che non hanno nessuno con cui parlare, con cui sfogarsi, o semplicemente confidare i propri dubbi, i propri timori, le proprie paure. E’ facile confrontarsi in rete, dove si può fingere di essere ciò che si vuole, si crea un personaggio falsamente inavvicinabile, indistruttibile, intoccabile. Si mette in scena una commedia, la caricatura di sè stessi. Perché si ha troppa paura di aprire la porta di casa e andare a socializzare in un qualsiasi luogo di aggregazione dove le persone, gli altri, hanno un corpo, una faccia, una voce, e ti osservano, ti giudicano, magari ti colpiscono anche. Ma è questo il confronto che fa crescere, questa è la Vita. Anche se è vero che a volte è davvero difficile comprenderne il significato, e lo scopo, soprattutto quando si hanno quindici, vent’anni, e ci si sente fragili e facilmente attaccabili. Le Famiglie, gli Educatori, la Società in genere sono in difficoltà perché i ragazzi di oggi sembrano tutti turbati o problematici.

In parte è vero, come è vero che i tempi difficili richiedono maggiore attenzione e dedizione soprattutto nei confronti degli adolescenti, sempre più confusi e introversi. Non si tratta di mettere in analisi continua il proprio figlio, fratello, amico, allievo. Si tratta di dedicare del buon tempo a chi sembra avere una maggiore propensione alla solitudine, che nella fase adolescenziale non è quasi mai voluta, ma subita. Parlare, cercare di trovare un varco e aprire un canale per mettersi in comunicazione con chi ha un disagio.

Fargli comprendere che là fuori non ci sono solo mostri cattivi, cosa che la nostra Società tende ad enfatizzare, ma che la vita va vissuta in pieno con le sue ombre e le sue luci. E’ fondamentale capire quando la chiusura va oltre il comune senso di ineguatezza legato all’età, e rischia di diventare una patologia che può portare a comportamenti autolesionisti e autodistruttivi. In questo caso bisogna rivolgersi alla famiglia, agli amici, al medico, che prenderanno le giuste precauzioni con la forma di supporto più idonea.

Ognuno di noi può avere un ruolo decisivo se si mette nella giusta predisposizione di apertura mentale ed emotiva nei confronti di coloro che sembrano necessitare di un consiglio e di un appoggio.

A volte basta anche solo un sorriso di rassicurazione. Sembra poco, ma può salvare una vita. Ed evitare a chi è vicino alle vittime, perché di vittime si tratta, di vivere nell’inferno dei sensi di colpa dovuti alla incapacità di avere raccolto la silenziosa sebbene troppo spesso urlata richiesta di aiuto.

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About suicidiologia.org
Piero Accetta e` Psicoterapeuta con particolare abilità nelle tecniche analitiche per la prevenzione del suicidio e dei disturbi di personalità e dell´umore, e´ medico di emergenza sanitaria. Suicidiologia.org è un magazione che dal 2002 è impegnata nello studio e prevenzione del suicidio.
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